lunedì 7 marzo 2011

6 marzo 2011

Era una tranquilla domenica di sole e non sembrava vero aver patito tanto freddo, in questo pessimo inverno padano, scusate il termine.
Si passeggiava dalle parti del lago di Iseo e ci si imbatte in una taverna di quelle con tante scritte fatte a mano, piuttosto bruttina, dimessa ma con parecchie macchine parcheggiate alla bell'e meglio tutto intorno. Segnale questo che si tratta di posticino da intenditori. Il cartello che indica un menù ricco di ogni soddisfazione a venti euro mi convince, entriamo.
In effetti il dentro è esattamente come il fuori, ovvero malmesso. L'accoglienza però è calorosa: c'è posto e gloria per tutti, dice il gestore smaliziato e ci fa accomodare proprio di fianco alla stufa a pellet.
Sarà una scelta di tavolo difficoltosa: durante il pranzo la stanza si surriscalderà fino a raggiungere la modalità minestrone fumante.
Il gioviale padrone dell'osteria ci offre un antipastino per gradire, due pizzette quadratine e un piatto di salame "dello zio Piero", che si rivela per la verità dignitosissimo.
Il problema si pone quando il sovraccitato zio Piero prende le ordinazioni in quanto è della categoria amicone, simpaticone, personaggione, intrattenitorone, battutaro e soprattutto spaccaballe.
Egli girovaga tra i tavoli incessantemente, rivolge la parola a tutti e se ti sbagli a lanciargli un'occhiatina sei persa: ti si avvicina e devi interagire, altrimenti non te ne liberi.
E allora, com'è andata la gnoccata? Strilla imperioso al tavolo vicino, dove una bambina di tutto ha voglia tranne che di mangiare. Lo mangiamo un gelatino al rififì? Insiste con l'anoressica della comitiva di fronte, la quale sta combattendo strenuamente per difendere il suo girovita dagli attacchi del nostro.
A noi sbaglia a portare il primo, o forse fa finta di sbagliare, fattosta che ci rifila numero due piatti di ravioli, ambedue galleggianti in un mare di fintoburro (olio di semi vari) e dolci montagne di fintoparmigiano (grana in offerta). Buoni? Ottimi, passiamo al secondo. C'è un coniglio ginnico con polenta e patate al forno di seconda mano e una costata di manzo le cui parti molli, a mio modesto avviso, rivelano di aver passato un discreto numero di ore a decomporsi nella fumosa cucina. La signora apprezza la carne, dice il giovialissimo al mio compagno, e accompagna la dichiarazione con l'occhiatina del tipo hai scelto bene eh?
Dopodichè ci vien servito un cafè della maison che è composto da liquore alla mandorla, caffè con la cremina e una spolverata di cacao, accompagnato dalla sentenza: questo fa passare tutti i mali.
Alle pareti, intanto, esploriamo la vita e le opere di questo zio Piero, ossia le targhe, i riconoscimenti di vaga provenienza, articoli di giornale (in questo posto un ex ministro democristiano ha mangiato lo spiedo con polenta e una soubrettona costata di cavallo e insalatona, si sappia). Ammiriamo una serie di quadri uno più brutto dell'altro e la foto sbiadita di un'attrice che adesso è tutta liftata ma lì era giovane e famosa con dedica, aspettiamo sia il momento e ce ne andiamo.
Il cordialissimo, al varco sulla porta della locanda, si infila i quaranta euro in tasca e ci congeda con una stretta di mano al posto della ricevuta. Due pezzi da venti e via andare.
Non ci vedrai più, caro zio Piero.

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